Luca gioca a fare il duro ma forse si lega troppo ai colori della squadra e ai suoi compagni. Ci tiene veramente. Non so dirvi se è un bene o se è un male. Quando lo scorso anno un suo compagno di squadra con cui ha giocato per 4 anni di fila ha lasciato la squadra per seguire la famiglia all'estero, mi ha fatto tanta tenerezza. Durante i saluti alla festa organizzata per l’occasione si è comportato normalmente, sorridendo e scherzando con tutti. Non appena siamo entrati in macchina per andare via, ha tirato in alto il colletto della giacca per nascondere le lacrime. È fatto così. Deve ancora abituarsi all'idea che da una stagione all'altra possono cambiare squadra e società, può cambiare veramente tutto. Ogni anno c’è chi resta e c’è chi parte, bisogna farsene una ragione. Altri suoi compagni che nel tempo sono andati altrove non hanno tradito alcuna emozione. Forse è meglio così. In fondo pensando alla Serie A, quanti sono i giocatori professionisti che ogni anno cambiano la squadra e all'inizio della stagione dichiarano spudoratamente sempre la stessa cosa: “Questa è la maglia che ho sempre sognato indossare”. (Continua)
Visualizzazione post con etichetta squadra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta squadra. Mostra tutti i post
mercoledì 2 dicembre 2015
sabato 25 luglio 2015
Stati di paranoia collettiva
Un ragazzo che viene escluso dalla rosa della squadra ci resta sicuramente male ma una volta collocato in un’altra società ricomincia con voglia di riscatto e dimentica tutto in fretta. Non è la stessa cosa per i genitori che invece entrano in uno stato di grande paranoia collettiva. In particolare, nell'attesa del responso cominciano a chiamarsi e a messaggiarsi via sms decine e decine di volte al giorno, nella speranza di sapere qualcosa di nuovo, che da qualche parte dell’universo trapeli una notizia sulle conferme, gli addii e i nuovi arrivi da integrare nel gruppo.
La sensazione di tutti, anche di quelli più razionali che solo apparentemente si contengono, è di stare sulla graticola. Non sanno che fine faranno i propri pargoli aspiranti campioni. Le domande che frullano nelle menti deviate di questi adulti fanatici del pallone sono sempre le stesse: “Mio figlio sarà confermato? E se la società lo dovesse mandare via? Riuscirò a comunicargli la mesta notizia nel modo corretto? Possibile che ancora non si sappia niente? Come accadrà il domani? C’è vita su Marte? Il pallone è il gioco più amato del sistema solare?”.
Insomma, un logorio continuo e doloroso del tessuto celebrale che si placa quando arriva il fatidico giorno, quello della comunicazione ufficiale da parte delle società di calcio giovanile delle rose di ogni squadra per la prossima stagione. Come a scuola quando espongono i quadri riguardanti ammessi e bocciati o come nel programma televisivo “Il Grande Fratello”, dove si viene nominati con il rischio di essere cacciati via, si provano emozioni forti, anzi fortissime: tensione, paura, sudorazione eccessiva; pallore in volto; tachicardia. Qualcuno inizia anche a balbettare o a svenire ripetutamente sbattendo la faccia contro il freddo pavimento.
Da questo stato paranoico si passa immediatamente alla felicità estrema, quando si apprende della conferma del proprio ragazzo. In caso negativo, invece, si lascia la sede della società trascinandosi a testa bassa. Scatta il “de profundis” e sul cofano della propria macchina come per magia in bella mostra si materializza anche un mazzo di garofani. Neanche a un funerale di un parente si prova così tanta tristezza. Non serve a molto la solidarietà, le sentite condoglianze espresse dagli altri genitori i cui figli sono stati invece confermati.
Basta, sono stanco. La stagione è finita. Il mio Luca è stato confermato e tutti in famiglia abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Sono un papà nel pallone. Vi racconterò altre storie alla prossima seduta.
giovedì 1 gennaio 2015
L'intesa perfetta
Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Durante le vacanze come sempre si ha più tempo per riflettere e si tirano le somme, anche sull’attività sportiva svolta dal proprio pargolo che continua a crescere a vista d’occhio manifestando tutti i sintomi positivi e negativi della preadolescenza. Lontano dai campi della Soccer Kids e in generale del campionato giovanile in pausa, superata non senza difficoltà la fase di astinenza di pallone, si torna a essere un tantino più razionali. Da sei anni sono diventato un papà nel pallone, un impegno non indifferente soprattutto all’inizio quando mio malgrado mi è toccato entrare in questo pazzo mondo del calcio giovanile. La cosa positiva è che Luca e i suoi compagni di squadra si sono legati molto fuori e dentro il campo, creando un’intesa perfetta che spesso fa la differenza. (continua)
mercoledì 25 settembre 2013
L'allenatore argentino
È arrivato Filippo, il nuovo allenatore che dal primo impatto non ha destato alcuna emozione, né negativa, né positiva. Un tipo taciturno, alto e largo come un armadio a due ante, una specie di Marcantonio con un accento argentino che ricorda tanto Papa Francesco. Presto vedremo come lavorerà in campo. Intanto, la squadra è stata completamente rinnovata. Alcuni giocatori non hanno voluto rinnovare l’iscrizione preferendo dedicarsi ad altre discipline, altri sono stati invitati con delicatezza a rinunciare al pallone. Insomma, della vecchia formazione sono rimasti soltanto in tre. La società sta iniziando a fare un minimo di selezione, per affrontare il campionato in maniera dignitosa. Se son rose pungeranno. (continua)
lunedì 22 aprile 2013
Gli assenteisti e la squadra
Il calcio richiede molti sacrifici. Non bisogna esagerare ma nel rispetto della squadra è importante non saltare allenamenti, per affiatarsi, imparare, correggere gli errori e crescere insieme. Tutti devono mantenere lo stesso ritmo perché altrimenti l’effetto è quello del musicista che sbaglia nota in un concerto compromettendo l'esibizione dell'intera orchestra.
Non sempre è possibile raggiungere questa armonia di gioco. E così, come spesso è accaduto in questi anni che seguo Luca, ci sono dei bambini che non hanno continuità. Spariscono per settimane, a volte per valide ragioni, altre semplicemente per noia o per evitare il freddo dell’inverno. Alla fine gli assenteisti ricompaiono (soprattutto con l’arrivo della primavera).
Il punto è che gli altri nel frattempo sono andati avanti, hanno fatto progressi. Qual è l’effetto? La squadra ne risente, è costretta a rallentare per trovare un nuovo equilibrio e di conseguenza regredisce. Magari state pensando che sono un matto a raccontarvi queste storie.
Credetemi, non è una questione di calcio. La squadra nel lavoro, nella vita, nello sport, è fatta di elementi che devono muoversi in sintonia, con un corpo e con una mente sola, contribuendo ognuno con le proprie qualità a raggiungere il medesimo obiettivo. Quando si raggiunge questo equilibrio si lavora bene e non ha importanza il risultato ottenuto in campo.
La responsabilità comunque è sempre dei genitori. I figli sono piccoli e spetta agli adulti fare in modo che rispettino gli impegni con gli altri, con la squadra. In alternativa, ci sono sempre gli sport individuali. Adesso devo andare. Continuerò a raccontarvi queste storie alla prossima seduta.
Etichette:
assenteisti,
bambini,
calcio,
genitori,
piccoli amici,
pulcini,
squadra
mercoledì 17 aprile 2013
Un gioco di squadra
Il calcio è un gioco di squadra. Non bisogna mai dimenticarlo. Richiede il rispetto di se stessi e degli altri. Ho capito che i bambini devono fare non pochi sacrifici, seppur nel rispetto della loro età. Devono allenarsi all'aperto due volte a settimana indipendentemente dalle condizioni atmosferiche, poi disputare la partita del week end ed essere pronti per i numerosi tornei di primavera che li impegnano giornate intere e per più incontri. Vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta. Lo sanno i genitori e lo sanno i bambini. Nella pratica poi si accetta anche che, indipendentemente dal risultato, i bambini giochino bene, mettano a frutto tutto quello che hanno imparato negli allenamenti aggiungendo le proprie qualità individuali e tanta allegria. Quando questo non accade, in particolare nei momenti di bassa, non ha importanza se si vince con una goleada o si perde pesantemente perché comunque vada, si assiste solo a delle brutte partite. (continua)
Etichette:
allenamenti,
allenatore,
bambini,
gol,
primi calci,
pulcini,
rete,
squadra,
tornei,
un papà nel pallone
domenica 14 aprile 2013
Alti e bassi nel pallone
Ciao, mi chiamo Greg e sono il padre di un bambino che gioca a calcio. Vi ho sempre raccontato che seguirne l’attività è davvero molto impegnativo ma tutto si dimentica in un attimo quando da dietro la rete, a ridosso del campo di gioco, vedi la squadra di tuo figlio crescere, giocare bene e divertirsi. Questa è la situazione ideale. Nel corso del tempo, però, alti e bassi si alternano. Ed è normale che accada così, altrimenti ci sarebbe qualche serio problema da risolvere. Per genitori e baby calciatori i momenti di bassa sono ovviamente i più difficili. Basta che un singolo giocatore o la squadra nel suo complesso non giri bene e magari anche un pizzico di sfortuna e mesi di allenamenti, sacrifici e progressi sembrano evaporare nel vuoto provocando uno sconforto generale. (continua)
Etichette:
allenamenti,
calcio,
piccoli amici,
primi calci,
pulcini,
squadra
lunedì 1 aprile 2013
Rissa nel post partita
Una volta dopo una partita ci siamo ritrovati in pizzeria. Al nostro tavolo si sono uniti anche Yuri e suo padre Lino. I primi 30 minuti sono filati lisci come l’olio. Soliti argomenti generali: dalla crisi economica mondiale alla classifica di serie A. Poi abbiamo iniziato a parlare della Soccer Kids, degli allenamenti, delle partite e dei bambini.
Lino alla quinta birra media ad alta gradazione bevuta come se fosse acqua ha iniziato a dare cattivi segni di cedimento neurale, muovendosi a scatti e a parlare in maniera agitata. Molto agitata. “Yuri è troppo bravo ma in questa squadra non è capito. - ha tuonato - Non va bene. È tutta colpa di tuo figlio, il principino. Secondo me non vale un cazzo. Mio figlio è mille volte meglio del tuo”. Poi ha guardo con odio il mio Luca ed io ho provato un brivido di rabbia. A tavola siamo rimasti tutti interdetti.
Da una tranquilla pizzata con moglie e figli nel post partita si è trasformata in uno sfogo contro mio figlio, colpevole di avere qualche qualità. Lui ha continuato: “Tuo figlio però piace di più e mette in ombra il mio che è più bravo. Quindi o lo porti in un’altra squadra o porto via il mio. Non possono più giocare insieme”.
A questo punto del suo grande discorso ha iniziato a battere i pugni con forza sul tavolo e ad alzare la voce cercando la rissa con me. Sono dovuti intervenire il gestore, due camerieri e un nutrito gruppo di genitori per farlo uscire dal locale. Sembrava di assistere alla scena finale del film “Gli Intoccabili”, mentre in tribunale viene portato via con forza un agitatissimo Al Capone interpretato magistralmente da Robert De Niro.
Non ho più visto Lino e il suo piccolo Yuri. Mi hanno detto che continua a comportarsi molto male e a cambiare società ogni tre mesi perché nessuno capisce il grande talento calcistico del figlio. Adesso devo andare. Buona terapia a tutti. Continuerò a raccontarvi queste storie alla prossima seduta.
venerdì 29 marzo 2013
Come finisce l’amore per il calcio
Il papà di Yuri è molto pittoresco soprattutto durante le partite. Lino, infatti, si appende alla rete e urla a squarciagola dal primo all'ultimo secondo dell’incontro. Quando qualcuno ha provato gentilmente a chiedergli di moderarsi è stato malamente sollevato in aria come un fuscello, agitato e buttato da parte. Noi ci vergogniamo un po’ e cerchiamo di starne a distanza ma non sempre è possibile e poi il suo Yuri gioca in squadra con i nostri ragazzi.
Il bambino a differenza del padre ha modi molti gentili e un viso angelico. Sicuramente avrà preso dalla madre. Io non l’ho vista. Mi dicono che sia venuta solo una volta agli allenamenti accompagnata da una scorta di 5 marmocchi molto vivaci. A Lino probabilmente non hanno spiegato che esistono i contraccettivi.
Tornando al pallone questo genitore condiziona, soffoca e confonde molto il figlio urlandogli ordini di gioco durante le partite. È veramente insopportabile. Il bambino reagisce male e invece di crescere continua a regredire provocando le ire di Lino. Potrebbe essere un buon centrale nel gioco ma è evidente che oramai per colpa del padre si è disinnamorato del calcio. Gioca solo per farlo contento. Non si diverte più. (continua)
domenica 24 marzo 2013
Quelli che mio figlio è un campione
Vi raccontavo dei genitori che legano fra loro e altri che invece alimentano contrasti, invidie e antipatie. C’è il papà a cui non interessa niente di quello che succede in campo. Il figlio potrebbe fare danza classica o pugilato. Non fa differenza. Questo genitore è quasi invisibile. Lo si vede soltanto all'inizio e alla fine degli allenamenti. Difficilmente scambia una parola con altri genitori, perfino quando ci sono le partite resta zitto e in disparte. L’importante per lui è solo impegnare il pupo fuori di casa per qualche ora, due volte la settimana, in modo da poter sbrigare altre faccende con più libertà. Poi c’è il papà ultra tifoso che crede (o spera) di avere un figlio campione, un marmocchio che ha cresciuto esclusivamente a pane e partite. È il più pericoloso di tutti perché spesso con un comportamento esagitato e battutacce genera dissapori nel gruppo dei genitori. Se, indipendentemente dall'esito della partita, suo figlio gioca bene e segna qualche goal, la Soccer Kids è la migliore squadra del mondo. Se al bimbo capitano due o più giornate negative o scopre “drammaticamente” che non è portato per il pallone, inizia a lamentarsi urlando che tutta la squadra fa schifo (e soprattutto per colpa del cattivo gioco dei figli degli altri). E infine c’è il papà razionale, magari anche con la passione del calcio che ha trasmesso al figlio (nel mio caso è accaduto l’inverso), ma sempre con i piedi per terra. Lui riesce a vedere le cose per quello che sono: bambini bravi e meno bravi che giocano, si divertono e imparano (se ci sono i presupposti) a diventare dei potenziali baby calciatori. Adesso sono stanco. Continuerò a raccontarvi queste storie alla prossima seduta.
Etichette:
allenamenti,
allenatore,
bambini,
campione,
genitori,
giovanile,
pallone,
partita,
piccoli amici,
pulcini,
società calcistica,
squadra,
un papà nel pallone
martedì 19 marzo 2013
Gioco di squadra e sacrifici
Ciao, mi chiamo Greg e sono il padre di un bambino che gioca a calcio. Questa terapia di gruppo via web inizia a farmi sentire meglio. Avere un figlio che gioca a calcio è cosa molto impegnativa, nonché occasione per avviare delle relazioni positive ma non per tutti. Se i bimbi in campo (sviluppando lo spirito di quadra e di sacrificio) iniziano a diventare piccoli uomini, lo stesso non può dirsi per molti dei loro genitori che invece regrediscono. Alcuni riescono a fare gruppo e spesso nascono amicizie sincere e durature. Certe famiglie iniziano a frequentarsi anche fuori dal campo e continuano a farlo perfino quando, per mille ragioni diverse, uno dei bambini smette di fare calcio. Altri invece si lasciano prendere da invidie, gelosie, insomma dalle bassezze umane con il rischio di inquinare l’ambiente, di trasformarlo in uno sgradevole covo di vipere. (continua)
Iscriviti a:
Post (Atom)

