Luca gioca a fare il duro ma forse si lega troppo ai colori della squadra e ai suoi compagni. Ci tiene veramente. Non so dirvi se è un bene o se è un male. Quando lo scorso anno un suo compagno di squadra con cui ha giocato per 4 anni di fila ha lasciato la squadra per seguire la famiglia all'estero, mi ha fatto tanta tenerezza. Durante i saluti alla festa organizzata per l’occasione si è comportato normalmente, sorridendo e scherzando con tutti. Non appena siamo entrati in macchina per andare via, ha tirato in alto il colletto della giacca per nascondere le lacrime. È fatto così. Deve ancora abituarsi all'idea che da una stagione all'altra possono cambiare squadra e società, può cambiare veramente tutto. Ogni anno c’è chi resta e c’è chi parte, bisogna farsene una ragione. Altri suoi compagni che nel tempo sono andati altrove non hanno tradito alcuna emozione. Forse è meglio così. In fondo pensando alla Serie A, quanti sono i giocatori professionisti che ogni anno cambiano la squadra e all'inizio della stagione dichiarano spudoratamente sempre la stessa cosa: “Questa è la maglia che ho sempre sognato indossare”. (Continua)
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mercoledì 2 dicembre 2015
martedì 11 agosto 2015
Guardate che bravo mio figlio
Ci vuole poco a fare scattare l’astinenza: un pallone che rotola sulla sabbia, una notizia sul calciomercato della Serie A in televisione, rivedere nel telefonino una foto del proprio pargolo in azione sul campo. Gli unici che riescono a staccare veramente sono i figli che si godono la pausa con gli amici, tra piscina, escursioni e mare. Non sentono la mancanza del pallone, a parte qualche sporadica partitella. È in queste occasioni che i loro papà trovano un attimo di sollievo e si godono ogni azione come se fosse la finale del campionato del mondo. Non ha importanza se i figli stanno giocando in spiaggia, in un cortile o in un qualsiasi campo di patate di un qualsiasi villaggio turistico. Allora ecco che i neuroni si spengono e risale la bestia e iniziano commenti ad alta voce non richiesti: “Guarda che bravo mio figlio, si vede che ha il calcio nel sangue. Gli altri sono dei brocchi” o “Forza dai, saltali tutti e segna, fai vedere chi sei, un calciatore della Soccer Kids” oppure “Passategli la palla che mio figlio vi fa vedere come si gioca a pallone” e altre amenità del genere. I genitori normali iniziano a guardare questi esaltati, spesso in costume e ciabatte e la panza bene in evidenza, come se fossero dei pericolosi malati di mente. Qualcuno, infatti, impaurito richiama il proprio pargolo sussurrando: “Vieni andiamo via. Smetti di giocare con la palla. Non vedi che c’è gente strana in giro?”. (continua)
martedì 4 agosto 2015
Papà in astinenza estiva
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| Trainspotting Movie |
Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Per i “papà nel pallone” i due mesi della pausa estiva dovrebbero servire per disintossicarsi da una stagione calcistica trascorsa a seguire ovunque la squadra tra campionati e tornei. Invero, le prime settimane riescono a resistere. Tutto è chiuso. I figli sono stati confermati per la stagione successiva, sono state fatte le iscrizioni ed è stato versato in largo anticipo il conquibus. Non resta che godersi le vacanze.
Il problema è che, come succede ai drogati, prima o poi scattano gli effetti deleteri dell’astinenza, anche nei papà più resistenti. Le ragioni sono facili da intuire. Ogni settimana e per dieci lunghi mesi, da settembre a giugno, hanno trascorso giornate intere dietro gli aspiranti calciatori professionisti, tra allenamenti e partite. Ogni giorno si sono scambiati decine e decine di messaggi con lo smartphone. Poi dall'inizio di luglio, il nulla assoluto. Poveretti si ritrovano soli e spaesati investiti dalla vita normale. Qualcuno ogni tanto manda la foto del proprio pargolo da una località turistica di mare o di montagna o qualche battuta per tentare di innescare una pioggia di messaggini ma non sempre funziona e comunque il botta e risposta si esaurisce in poco tempo. (continua)
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lunedì 22 dicembre 2014
Professionista uno ogni 15 mila
Ci chiediamo se tra i tanti baby calciatori che conosciamo qualcuno riuscirà ad andare avanti fino a diventare un professionista. Sappiamo che è cosa davvero molto difficile, quasi impossibile. Le statistiche dicono che ci riesce uno ogni 15 mila. Eppure nel settore giovanile c’è tanto fermento. Molte società selezionano e allevano aspiranti professionisti come batterie di polli, alimentando a dismisura i loro sogni di gloria e soprattutto quelli dei rispettivi genitori. Le dilettantesche più organizzate in particolare si concentrano sulla fascia tra i 10 e i 15 anni, riuscendo a piazzarne periodicamente qualcuno in qualche squadra professionista, ovviamente dietro adeguato compenso economico. Spesso sono giovani italiani molto talentuosi ma per loro il cammino sarà sempre in salita e pieno di ostacoli. Non mancano poi i casi dei raccomandati, sin dalla tenera età, che giocano dove vogliono e quando vogliono grazie agli amici degli amici. Nonostante ciò, anche per loro restare poi nel mondo del professionismo non è facile, anche quando oltre a essere raccomandati possiedo delle qualità. In ogni modo, andiamo avanti e chi vivrà vedrà. Alla prossima seduta.
giovedì 11 dicembre 2014
Non è uno sport per italiani
Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. È uno sport bellissimo che insegna molto ai ragazzi, dall’arte del sacrificio allo spirito di squadra per il raggiungimento di un obiettivo comune. Con gli altri genitori della Soccer Kids si discute tanto dello stato del calcio nostrano, delle opportunità di crescita riservate ai giovani italiani, insomma del futuro di questo sport. All’estero si sta investendo molto sul settore giovanile e con ottimi risultati, i professionisti vengono costruiti in casa.
In Italia, anche su questo tema, si sta iniziando a parlarne solo adesso, in estremo ritardo. Il nuovo C.T. della nazionale azzurra, Antonio Conte, sta incontrando non poche difficoltà a selezionare nel campionato di Serie A dei giovani professionisti per ricostruire la squadra dopo la figuraccia dell’ultimo mondiale. Troppi stranieri, pochi italiani. (continua)
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