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mercoledì 22 novembre 2017

Alleniamo da piccoli i giocatori delle nazionali straniere

Cari amici di terapia, sono il papà di un ragazzo che gioca a calcio. Nella vita ci sono cose più importanti del calcio, che comunque resta lo sport più popolare del pianeta. Per il resto il problema è complesso. Sul rilancio del calcio giovanile e il deleterio eccesso di stranieri dalle giovanili, tutto si è fermato alla becera strumentalizzazione politica. 

Il sistema del calcio italiano, analogamente ad altri settori, è segnato in negativo da una classe dirigente non sempre all'altezza. Da qualche anno autorevoli personaggi del mondo dello sport hanno sollevato un problema che, se fosse affrontato con il giusto approccio; potrebbe aprire la strada a delle importanti riflessioni sul calcio italiano

Uno dei principali problemi è il difficile ricambio generazionale, nonostante il territorio nazionale pulluli di società calcistiche dilettantistiche e professionistiche. Il bimbo (o la bimba) possono iniziare a fare calcio sin dalla tenera età di 5 - 6 anni (una volta si iniziava più tardi), per poi finire (se va bene) parcheggiato (quando si ha talento o per restare in tema tramite un calcio nel sedere) nel vivaio di qualche importante società calcistica. I ragazzini sono un business per molti. Dicono che solo un bambino ogni 10 mila riesce a diventare un giocatore professionista. 

L’apparato del calcio e le società italiane, a differenza della Spagna che lo sta facendo da anni con ottimi risultati dimostrati dai numeri e dalle vittorie in tutte le competizioni, non investono sulla “cantera”, sui vivai. Non gli interessa formare, fare crescere ragazzini da inserire nelle professionistiche ai diversi livelli. 

Sempre per motivi di business, le società preferiscono pescare giocatori giovanissimi da tutte le parti del mondo, dall'Africa, dall'Est Europa ma anche dal Nord Europa. Per fare cosa? Investire su di loro, formarli e poi venderli. Potrebbe anche essere una scelta “imprenditoriale” sensata, ma oramai puntano quasi tutto sugli stranieri. 

I vivai ne sono pieni. I ragazzini italiani (o comunque nati in Italia) sono in nettissima minoranza. Le loro possibilità di crescere, di dimostrare il proprio talento sono davvero ridotte al lumicino. Il sogno di arrivare alle professionistiche più alte, Serie A e Serie B, è impossibile. Con la mentalità e la gestione degli ultimi anni, un nuovo Pirlo, Totti, Del Piero o Buffon, rischierebbe di restare fuori dal circuito del professionismo. Nella Serie A, la larga maggioranza della rosa è composta da giocatori stranieri (francesi, inglesi, argentini, nordafricani…). 

Come giustamente è stato detto, i club italiani di fatto oramai allenano e formano i futuri giocatori delle nazionali straniere. In questo modo, sarà sempre più difficile trovare dei nuovi campioni italiani da inserire nella nazionale e nelle società professionistiche. Imitando gli spagnoli invece si dovrebbe tornare a investire di più e con serietà sui giovani italiani per rilanciare il settore, per tornare ad avere anche una nazionale forte e credibile. Lo stanno denunciando da più parti ma quando se ne parla accade solo per becere strumentalizzazioni politiche, come d'altronde accade per ogni altro argomento. (continua)

giovedì 11 dicembre 2014

Non è uno sport per italiani

Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. È uno sport bellissimo che insegna molto ai ragazzi, dall’arte del sacrificio allo spirito di squadra per il raggiungimento di un obiettivo comune. Con gli altri genitori della Soccer Kids si discute tanto dello stato del calcio nostrano, delle opportunità di crescita riservate ai giovani italiani, insomma del futuro di questo sport. All’estero si sta investendo molto sul settore giovanile e con ottimi risultati, i professionisti vengono costruiti in casa. 
In Italia, anche su questo tema, si sta iniziando a parlarne solo adesso, in estremo ritardo. Il nuovo C.T. della nazionale azzurra, Antonio Conte, sta incontrando non poche difficoltà a selezionare nel campionato di Serie A dei giovani professionisti per ricostruire la squadra dopo la figuraccia dell’ultimo mondiale. Troppi stranieri, pochi italiani. (continua)

mercoledì 26 novembre 2014

Lo stadio fa paura ai bambini

Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Ci sono domande che sorgono spontanee: per quali ragioni i bambini devono avere paura di andare allo stadio per seguire una partita della nazionale o della squadra del cuore? 
Anche il capitano della Roma e campione del mondo 2006, Francesco Totti, in occasione della consegna del premio intitolato a Giacinto Facchetti a Milano, ha posto l'attenzione sulla necessità che bisogna riportare le famiglie allo stadio e che alle condizioni attuali è vero che i bambini hanno paura
A San Siro, durante la recente partita Italia - Croazia valida per le qualificazione europee 2016, sotto gli occhi esterrefatti di migliaia de migliaia di bambini presenti è successo di tutto, di più: razzi in campo, tafferugli, interruzione della partita. Molte famiglie temendo il peggio hanno subito abbandonato lo stadio. Non è giusto. (continua).

domenica 1 dicembre 2013

La festa azzurra ed i soliti idioti

Siamo entrati al Meazza e abbiamo raggiunto il nostro settore. Con le facce gongolanti ci siamo goduti per la prima volta lo spettacolo, la bolgia dei tifosi incitare la nazionale italiana. Tutto emozionante ma niente paragonato a quello che accade in occasione delle partite di Serie A, che ho imparato a conoscere nei mesi successivi. La partita contro la Danimarca è stata piacevole e per la gioia del piccolo è terminata 3 a 1 a favore degli azzurri, grazie alle reti di Montolivo, De Rossi e Balotelli. Tutto molto bello. L’unica nota stonata è stata suonata da un gruppo di tifosi che, pur essendo prossimi a un settore pieno di famiglie con bambini, per tutto il tempo della partita hanno cantato cori offensivi e volgari contro diversi giocatori della nazionale, in particolare prendendo di mira la rappresentanza bianconera. Hanno ripetuto infinite volte un ritornello che parlava di un certo Pessotto che finiva sul cruscotto. Essendo un neofita ho chiesto chi fosse questo Pessotto a mio figlio che, in questi anni di attività calcistica nella Soccer Kids è diventato un’enciclopedia vivente sul calcio. Ci ha pensato un attimo e poi mi ha riposto che è stato un giocatore che si è formato nelle giovanili del Milan per chiudere la carriera con la Juventus con cui ha vinto tutto e di cui adesso dovrebbe essere un dirigente sportivo. Dopo la partita ho fatto una ricerca con il mio smartphone ed ho scoperto il dramma di questo giocatore: quello che ha fatto nel 2006 quando tenendo un rosario in mano si è lanciato da una finestra della sede della Juve a Torino atterrando su un’auto posteggiata. È sopravvissuto, di quell'evento non ricorda completamente nulla e oggi conduce una nuova vita come dirigente sportivo. Ho ritenuto non opportuno raccontare questi particolari a Luca e il vero motivo del ritornello sentito allo stadio. Non è ancora il caso di spiegargli fino a che punto possa spingersi l’idiozia di certi (presunti) tifosi. Il vero calcio è un’altra cosa. Non ho voluto rovinare la magia della sua prima partita in uno stadio, per giunta per vedere gli azzurri. Adesso sono stanco, continuerò a raccontarvi altre storie alla prossima seduta.

mercoledì 27 novembre 2013

Conto alla rovescia per la nazionale

Il primo ostacolo è stato trovare i biglietti per vedere allo stadio giocare l’Italia, perché ci siamo mossi un po’ in ritardo. Dopo il fallimento di diversi tentativi on  line, ci ha salvato la biglietteria di un grande centro commerciale. Luca era al settimo cielo. Il suo (e il mio) battessimo in uno stadio sarebbe avvenuto vedendo scendere in campo gli azzurri contro i danesi. In attesa del grande giorno è iniziata tutta la fase preparatoria, dal possibile percorso per raggiungere lo stadio e posteggiare l’auto a cosa fare in caso di situazioni di pericolo. Poi è arrivata la data e ci siamo trovati davanti al Meazza di Milano immersi in un fiume di persone con il tricolore e altri gadget anche molto rumorosi. La prima cosa che ho notato con piacere è stata la presenza di tanti bambini; la seconda i gruppi dei tifosi danesi con i colori della loro squadra aggirarsi ridendo e cantando tra le bancarelle con in mano grandi bottiglie di birra. Pur bevendone quantità industriali restavano innocui e simpatici da vedere. (continua)