Visualizzazione post con etichetta calcio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta calcio. Mostra tutti i post

mercoledì 30 gennaio 2019

Il pallone gira, come la fortuna

Una cosa è certa: prima o poi si uscirà dal tunnel del calcio giovanile, salvo che il pargolo vinca la lotteria, ossia per una serie di congiunture astrali, talento e un pizzico abbondante di fortuna finisca in quel numero molto misero di giocatori che entrano nel mondo del professionismo. Non è facile, anzi è impossibile e ogni tanto qualche esperto sposta l’asticella più in alto. Adesso si afferma che ci riesce un ragazzo ogni 15 mila. 
Se magari le società sportive professionistiche investissero seriamente sui propri vivai, come più volte auspicato negli ultimi anni anche ai piani alti della Figc, qualcosa cambierebbe di sicuro in positivo e l’asticella inizierebbe ad abbassarsi. 
In questi anni ho visto tanti ragazzi pescati dalle dilettantistiche e inseriti, dall'oggi al domani, in società importanti, come Atalanta e Milan. Riuscire ad arrivarci, possibilmente solo con le proprie gambe, è già un grande risultato perché consente di maturare comunque una esperienza di alto livello. Il problema vero è restarci in questo mondo e andare avanti. 
Al momento buona parte dei ragazzi che hanno approdato alle professionistiche, chi prima chi dopo, non sono stati più confermati e sono dovuti tornare indietro. Alcuni hanno preferito smettere e dedicarsi ad altro. 
Poi ci sono quelli che non avevano più voglia, che dopo anni di sacrifici a correre dietro la palla, volevano appendere le scarpe al chiodo. Invece, improvvisamente, appuntato per una serie di fortunate coincidenze, sono finiti in una professionistica e ci sono rimasti. Il pallone gira, come la fortuna. (continua)

mercoledì 28 giugno 2017

Il mercato delle vacche

Cari amici di terapia, sono un papà di un ragazzo che gioca a calcio. È arrivata l’estate e bisogna sbrigare le pratiche per la prossima stagione, partecipare a qualche riunione, portare i giocatori a qualche allenamento straordinario che serve esclusivamente per provare i nuovi arrivati. 
Ma questo è anche il periodo delle lunghe telefonate: da una parte il culmine del mercato delle vacche in cui le società cercano di strapparsi a vicenda i ragazzi migliori; dall'altra genitori e figli stanchi che hanno voglia di cambiare aria o nei casi più critici di fuggire via perché sono stati trattati male o perché i mister non ha bene compreso il loro talento di futuri campioni del pallone. 
Anche il mio cellulare è diventato bollente da qualche mese. Ti chiamano dirigenti di altre società direttamente o tramite qualche genitore che ti conosce per farti le solite domande: «Come si trova il tuo ragazzo nella Soccer Kids? Sei sicuro che lo stanno allenando bene? Non ti interesserebbe portarlo con noi? Abbiamo un programma di alto spessore professionale che può fare solo bene a tuo figlio che è davvero molto bravo. Lo seguiamo da tempo…». 
Il punto è che oramai i ragazzini sono cresciuti e in questi anni di dipendenza di calcio giovanile noi genitori ne abbiamo visti di tutto i colori. Non ci caschiamo più. Adesso una società di calcio si lascia solo per motivazioni serie, come una proposta valida da una professionistica e/o per trovare nuove motivazioni se per qualsiasi ragione si sono perse. (continua)

lunedì 5 settembre 2016

Verso il calcio dei grandi

Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. a scaricare le valigie dall'automobile al rientro delle ferie estive, che con Luca ci siamo immediatamente ritrovati in campo per la ripresa della stagione calcistica 2016 - 2017. Si riparte con entusiasmo e soprattutto con tante novità davvero inaspettate. 
La squadra è stata rivoltata come un calzino, della vecchia guardia ne sono rimasti soltanto quattro compreso il mio pargolo di 12 anni che sta per superarmi in altezza. Secondo me nel cibo della nuova generazione hanno messo organismi geneticamente modificati che li fanno crescere a dismisura, indipendentemente dalla corporatura dei genitori che di conseguenza non sono più un punto di riferimento per fare le solite stime (sbagliate) sulla possibile crescita degli aspiranti calciatori. 
Tornando alla squadra, è stata fatta una selezione molto rigida da parte della Soccer Kids, anche perché i ragazzi inizieranno a giocare a undici. Il campo si allarga e così la durata della partita (60 minuti). Servono tecnica e resistenza. È un ulteriore passo in avanti verso il calcio giocato dei grandi. E per noi genitori un passo in avanti in un tunnel sempre più nero e profondo che fa paura. (continua)

giovedì 21 luglio 2016

Se sbagli, ti riempio di botte

Il padre ha iniziato a picchiare Mario, a umiliarlo, a destabilizzarlo emotivamente. In molti nella sua squadra se ne sono accorti perché il ragazzo più volte è entrato in campo, magari tra una partita e l’altra di un torneo, con il segno rosso fuoco di una manata sul vivo. Nessuno però ha sentito l’obbligo di intervenire, di fare qualcosa e la situazione è andata peggiorando. Il genitore, sempre più frustrato e dopo una finale molto combattuta ma persa, lo ha perfino schiaffeggiato davanti a tutti all’uscita degli spogliatoi, accusandolo di non avere tirato fuori le palle e soprattutto di aver sprecato delle nitide occasioni da gol davanti alla porta. Solo a questo punto sono intervenuti altri due genitori che lo hanno ripreso in malo modo, spintonato e minacciato di denunciarlo se avesse continuato a trattare così il figlio. Il risultato è stato che il folle ha immediatamente lasciato la società. Il problema, però, non è stato risolto. Prima di settembre iscriverà il figlio altrove e continuerà a fargli del male. L’augurio è chi di dovere, partendo dalla nuova dirigenza che si ritroverà questo elemento, intervenga in modo drastico rivolgendosi alle autorità competenti. Alla prossima seduta

giovedì 14 luglio 2016

Confusione di ruoli

Il padre di Mario riprende con la telecamera tutti gli allenamenti e le partite. Qual è lo scopo? A casa, come mi è stato confermato da chi lo ha conosciuto, poi obbliga il figlio per ore a rivedere più volte tutti i singoli movimenti in campo per correggere errori, anche con il supporto di una lavagnetta, schemi tattici e altre amenità. Tutto questo anche al costo di sacrificare studio e tempo libero del ragazzo. È un padre padrone che sbagliando si sostituisce ad altre figure chiave di questo sport diventando all'occorrenza nei confronti di Mario il suo allenatore privato con stressanti sedute di allenamento extra, preparatore atletico, massaggiatore, medico, consigliere. La situazione è peggiorata da circa un anno, da quando il figlio anche per i normali disturbi legati alla crescita, ha iniziato  a non essere sempre in forma, a non rendere come il genitore avrebbe voluto. (continua)

venerdì 8 luglio 2016

Un padre molto violento

Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. In questa seduta estiva, in cui la calura non perdona, vi voglio raccontare una brutta storia che mi ha profondamente sdegnato, quella di Mario, un ragazzino di 12 che da anni subisce violenze psicologiche e anche fisiche (continue percosse) da parte del suo genitore. Una storia che ho appreso solo per caso e che grida vendetta e sicuramente anche una denuncia alle autorità competenti. Il protagonista è un papà, uno stimato professionista milanese, che ha la fissa del calcio che ha praticato per tanti anni senza riuscire a fare carriera. Adesso, alla soglia dei 50 anni, sfoga tutte le sue frustrazioni sul figlio, un promettente attaccante che però rischia di disinnamorarsi di questo splendido sport e forse anche della vita. (continua)

giovedì 23 giugno 2016

Esseri diversamente intelligenti 2

Le cose si complicano e non poco quando il mister, per diverse ragioni, si schiera con un gruppo di genitori, anziché mantenere il suo importante ruolo di educatore super partes. Iniziare a frequentarne i membri in privato e casualmente anche a favorirne i figli in campo, per esempio facendoli giocare più degli altri o comunque valorizzandoli a prescindere. Quello del calcio giovanile è davvero un circo grottesco dalle mille sorprese. Mi vengono in mente i gruppi patinati dei genitori facoltosi, alcuni sempre con abiti griffati anche nelle situazioni meno opportune. Altri che invece ricordano tanto certi personaggi ricchi e buzzurri delle pellicole cinematografiche di Carlo Verdone o dei fratelli Vanzina. Sono questi ultimi che per conquistarsi le simpatie del mister, non lesinano favori, regali e cene in ristoranti di lusso. È la forza del denaro bellezza! E poi ci sono quelle poverette che, calpestando la propria dignità di donna e di madre, non esitano a provocare anche con imbarazzanti allusioni il mister, anzi qualcuna si spinge oltre pur di ottenere qualche favore in campo per il figlio. In fondo si tratta dell’antico e infallibile metodo utilizzato perfino dalla mamma di Forrest Gump. Accade anche nei campi di calcio, dove a giocare ci sono soltanto degli ignari ragazzini. Alla prossima seduta

martedì 31 maggio 2016

Esseri diversamente intelligenti

I ragazzi devono imparare, divertirsi, crescere e poter sviluppare in maniera sana emozioni e tecniche. I problemi sorgono, come mi ha confermato il mio amico, quando i mister indiavolati prendono di mira uno o più ragazzini. Non c’è storia che tenga, sono sempre degli adulti contro ragazzini di 12 anni. Come a scuola, se un’insegnante si fissa che un ragazzino vale 4 nella sua materia, anche se fino al mese prima con un altro insegnante aveva la media del 10, farà il possibile per distruggere l’autostima del ragazzo e portarlo come aveva stabilito al 4. Lo stesso nel calcio. Se un giocatore non piace perché non bravo o perché ha un carattere spigoloso poco accondiscendente, un mister diversamente intelligente invece di trovare il modo giusto per valorizzarlo inizia a demolirlo, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita. il modo per farlo sono tanti, con effetti spesso davvero devastanti per un baby calciatore. In questi casi la speranza è che i genitori e/o la società intervengano in tempo, prima che un ragazzo perda completamente la voglia di giocare e decida di abbandonare uno degli sport più belli del mondo. Sono un tantino stanco, ci aggiorneremo alla prossima seduta.

giovedì 28 aprile 2016

I momenti più brutti per un papà nel pallone

Qual è stato il momento più brutto in questi anni di dipendenza di genitore tifoso? È una bella domanda e rispondo che ce ne sono stati diversi, tra questi ricordo: ogni volta che ho visto mandare via dalla squadra dei bimbetti perché non ritenuti abbastanza talentuosi; ogni volta che non sono stati motivati i ragazzi in difficoltà; ogni volta che un papà (o un mister) ha umiliato un piccolo giocatore; ogni volta che ho sentito adulti prendere pesantemente in giro e demotivare un singolo da loro eletto capro espiatorio delle sconfitte; ogni volta che non sono state riconosciute le qualità e l’impegno di un ragazzino, spesso a vantaggio di qualche altro meno talentuoso ma raccomandato o figlio di persone influenti e ricche. Potrei fare ancora mille esempi ma preferisco fermarmi.
In questi sei anni di dipendenza, comunque, c’è stato un momento più brutto degli altri: quando mio figlio per la prima volta si è infortunato durante gli allenamenti ed è rimasto fermo per cinque settimane. Può accadere e accadrà ancora ma non è questo il problema.
La cosa che mi ha fatto male è stato il comportamento di un gruppo dei genitori dei suoi compagni di calcio, meglio conosciuto come la “cricca”, che è stato davvero molto cattivo, non lesinando battute che tuttora non riesco a credere di averle sentite.
Battute che spesso sono state fatte davanti a mio figlio. Qualche esempio: “È proprio sicuro che Luca deve rientrare? Non è meglio lasciarlo a casa ancora un po’ così i nostri giocano di più?”; “Da quando è tornato dall'infortunio non ha ripreso subito il suo ritmo”. “Perché non lo porti in un’altra società oppure in oratorio oppure ritiralo che è meglio?”; “Mister! Luca non sta girando bene, tiralo fuori e fai giocare mio figlio che così vinciamo la partita”.
In realtà, dopo l’infortunio mio figlio, che all'epoca aveva 11 anni, ha impiegato solo due settimane di allenamenti e qualche partita per rientrare in piena forma. Nel frattempo, però, entrambi abbiamo dovuto subire continue e pesanti prese in giro che soprattutto al ragazzo non hanno fatto bene. Ha iniziato a perdere fiducia in se stesso, con tutte le conseguenze del caso. Si è bloccato e non è stato facile recuperare. Tutto questo, come se sempre, per colpa di adulti senza senno. È proprio vero che la mamma dei cretini è sempre incinta. Bisogna farsene una ragione. Alla prossima seduta.

sabato 27 febbraio 2016

Le batterie di polli

C’è stato un tempo, così mi ha raccontato il vecchietto seduto con me nella panchina, in cui i genitori abbandonavano i figli davanti al cancello della società calcistica, con un panino ripieno di nutella o mortadella per poi ritirarli alla fine dell’allenamento o della partita (quando se lo ricordavano), altrimenti doveva pensarci qualche volontario o il mister a riportarli a casa. Era tutto più semplice e anche più slow. In altre parole, era tutto più genuino. I bambini non avevano ansia da prestazione. Correvano e si divertivano tirando calci al pallone. Ogni tanto arrivava qualche osservatore che spesso selezionava soltanto i ragazzi fisicamente più dotati, i più grossi e alti rispetto alla media. Tanto poi a tentare di farne anche un buon giocatore ci avrebbe pensato la società professionistica di riferimento. Oggi invece è tutto competizione, selezioni su selezioni secondo regole che possono cambiare dal giorno alla notte anche per questioni di censo e raccomandazioni varie, indipendentemente dalle qualità calcistiche individuali. A proposito di selezioni, ci sono quelli che vengono portati avanti solo perché figli di calciatori (anche ex va bene) o fratelli di ragazzi già selezionati dalle professionistiche o ancora di personaggi importanti e influenti.  In ogni modo, molte società dilettantistiche sono diventate delle grandi di batterie di polli. Il motto è: “Seleziona, cresci e vendi” più ragazzi che puoi alle professionistiche. Gli aspiranti calciatori devono dare il massimo già da sei anni, altrimenti sono fuori. Tutto questo è un tantino pazzesco. Alla prossima seduta.

mercoledì 17 febbraio 2016

Nessuna distrazione per i campioni

Rispetto al passato tutto è cambiato. Nel settore del calcio giovanile si scimmiotta quello professionistico degli adulti, soprattutto gli aspetti più negativi. I genitori sono dei pazzi indemoniati convinti di crescere un fuoriclasse. Per questa ragione lo seguono passo dopo passo in ogni momento della sua attività dentro e fuori dal campo. Un futuro campione non può permettersi distrazioni. Deve seguire una alimentazione sana ed equilibrata (e in questo senso ci sono società calcistiche che  forniscono spontaneamente delle diete preconfezionate a dei bimbetti). Devono studiare e limitare altre attività che possono stancare o fare nascere tentazioni, come una banale uscita con gli amici per prendere una cioccolata calda o partecipare a una festa serale. Anche le ragazzine, soprattutto ai primi segnali di tempeste ormonali, devono essere tenute a debita distanza, tanto quando giocheranno in Serie A, potranno avere le donne più belle del mondo (veline, attrici e sante). Il pallone prima di tutto.  (Continua)

martedì 9 febbraio 2016

Il calcio giovanile di una volta

Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. L’altro giorno stavo seduto sulla panchina davanti al campo di allenamento, quando un signore molto anziano mi si è seduto accanto. Abbiamo iniziato a scambiare qualche parola e così ho scoperto che è stato un ex calciatore professionista, poi mister e adesso nonno a tempo pieno. Gli ho raccontato della mia terapia web per sopravvivere nel mondo del calcio giovanile e soprattutto per resistere ai papà nel pallone. Lui si è messo a ridere a crepapelle. Il vecchietto ha detto che molte cose sono cambiate nel tempo, in particolare dalla fine degli Anni Novanta. Il tifo esasperato tipicamente italiano c’è sempre stato anche nelle partitelle dell’oratorio. 
I genitori, però, non seguivano in maniera così assillante e squilibrata l’attività calcistica dei propri pargoli. Agli allenamenti non restava nessuno a guardare ed era perfino un evento eccezionale vederli tutti alle partite. Il mister e i suoi aiutanti in occasione degli incontri dovevano arrangiarsi, ossia trovare le auto necessarie per recuperare ragazzi e borsoni e portarli. Mi ha raccontato di vecchie utilitarie riempite all’inverosimile di ragazzi, palloni e borsoni. E di portabagagli stracarichi come quelli degli automezzi dei nomadi nel deserto. (Continua)

mercoledì 3 febbraio 2016

Genitori divisi in tribù

Filippo ha ragione. Bisogna farsene una ragione e accettare la “terribile” vita di papà nel pallone. Anche se la situazione diventa sempre più pesante, a tratti insopportabile. Se da un lato con la crescita dei ragazzi, il campo attua le sue rigide selezioni naturali, dall’altro l’agonismo, le pressioni, le cattiverie, le aspettative da parte dei genitori aumentano a dismisura. Trend questo che ogni tanto, purtroppo, si riflette negativamente in campo e negli spogliatoi anche tra compagni della stessa squadra. I genitori solitamente si dividono in tante tribù in competizione tra loro e di conseguenza lo dovrebbero essere anche i rispettivi figli. Quando questo accade, però, si rovina tutto. Un solo esempio: in campo la palla viene passata solo tra ragazzi che appartengono alla stessa tribù ignorando chi dovrebbe ricevere naturalmente un passaggio per fare gioco o infilarla in porta. Certo c’è sempre la possibilità di fregarsene, di lasciare il pargolo con il suo borsone davanti al cancello della società e andare via. Occhi che non vedono, cuore che non duole. La scelta drastica potrebbe essere di non seguire più allenamenti e perfino le partite per non avvelenarsi la vita. Ma solo il senso di protezione paterna ti porta ad essere presente, a sopportare. Alla fine, come mi ha detto Filippo, basta prendere atto della situazione, fregarsene un po’ e resistere, resistere, resistere. È tutto per questa seduta. Alla prossima.

martedì 26 gennaio 2016

Il calcio secondo Filippo

Nei giorni scorsi ho incontrato Filippo, un vecchio amico ed ex calciatore semi professionista, il cui figlio oggi dodicenne gioca in una rinomata società  di calcio della provincia. Lui ha le idee chiare e mi ha detto delle cose che mi hanno un po’ fatto riflettere: “Non c’è storia. Questo è il mondo del calcio. Lo devi accettare così. In campo i nostri ragazzi se avranno talento e anche un po’ di fortuna saranno ricompensati. Non ti devi preoccupare per questo. Ci sono i favoriti, i raccomandati, i sopravvalutati ma alla fine il campo sistema tutto anche per i ragazzini. Vedrai. Per il resto ti devi mettere l’anima in pace. In qualunque società giocherà tuo figlio, seria o meno, le situazioni negative potranno solo peggiorare nel tempo. Aumenta l’agonismo e di pari passo la stronzaggine dei genitori. Le rose dei giocatori sono sempre più ampie. Per questa ragione trovare un punto di equilibrio tra tante teste, spesso vuote, diventerà sempre più difficile, quasi impossibile. Fattene una ragione. Spera solo che a tuo figlio continui la voglia di giocare”.  (Continua)

lunedì 14 dicembre 2015

Quando sale il magone

Degli anni già trascorsi nel mondo del calcio giovanile ho già archiviato tanti ricordi. Quasi sempre le situazioni belle superano di gran lunga le spiacevoli. I momenti di aggregazione per seguire le trasferte della squadra sono stati di certo le migliori, soprattutto quando si è trattato di tornei di più giorni disputati in altre regioni italiane. Ragazzi e genitori insieme come una grande famiglia e con l’atmosfera rilassante che ricorda tanto le gite fuoriporta in gruppo. Noi genitori tossici del pallone ogni tanto ci ritroviamo a sfogliare le foto delle stagioni passate e nel vedere come sono cresciuti i nostri ragazzi e i volti di vecchi amici di campo ci sale il magone. Ma la palla continua a girare e bisogna andare avanti settimana dopo settimana, almeno fino a quando i pargoli avranno voglia di praticare questo sport. È tutto per questa seduta.

giovedì 5 novembre 2015

Ecco i primi infortuni

In campo i bambini di 11 anni alti 180 centimetri fanno paura. Sembrano uomini ma hanno ancora la vocina. Qualcuno per fortuna ha una corporatura normale ma in ogni modo con questi scatti di crescita iniziano anche i guai fisici, gli infortuni in partita e durante gli allenamenti. Anche Luca ha avuto il suo primo infortunio in allenamento ed è rimasto fermo 20 giorni. Durante un esercizio si è stirato un muscolo della gamba. Stop immediato e serie di visite dallo specialista con esercizi progressivi per favorire la ripresa. Ho così scoperto che questa è una fase delicata per i ragazzi, il loro corpo è in continua crescita e soprattutto i più sviluppati si devono scaldare bene per non correre rischi. Il problema è tenere a bada un mostriciattolo di 180 centimetri abituato ad allenamenti intensi e partite ogni settimana. Il pupo a casa si sente in gabbia. Non scarica energia, diventa matto e fa disperare tutta la famiglia. Bisogna avere tanta pazienza e chiedere l’aiuto della Madonna e di tutti i santi per andare avanti e superare il periodo di riposo forzato. (continua)

giovedì 29 ottobre 2015

Una generazione di giganti

Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Anche se oramai è inappropriato chiamare bambino un organismo pluricellulare di sesso maschile di 11 anni che mi ha superato in altezza di una spanna. Le nuove generazioni fanno paura. I genitori possono anche essere dei puffi ma loro diventano lo stesso delle stanghe di almeno 180 centimetri. Crescono a vista d’occhio. Non si fa in tempo a comprare un paio di scarpe per la stagione calcistica che dopo un mese saltano un numero e bisogna tornare in negozio. Lo stesso discorso per l’abbigliamento. È un problema, anche per le tasche dei genitori. L’unico modo per fare durare gli acquisti e contenere le spese è prendere sempre taglie comode, almeno una misura in più. La domanda sorge spontanea: ma che cosa hanno messo nel cibo con cui in questi anni abbiamo nutrito i nostri figli? Roba chimica che trasforma i pargoli in giganti? (continua)

lunedì 28 settembre 2015

Houston, abbiamo un problema

Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Cari amici di terapia ci sono dei meccanismi mentali che non bisogna assolutamente innescare.
Durante la stagione bisogna restare vigili altrimenti è un problema. Mai assecondare e complimentarsi con le mamme che improvvisamente decidono di preparare dei manicaretti per i ragazzi della squadra.
I pretesti possono essere tanti, inizialmente anche validi, come un compleanno, la cresima o qualsiasi festività segnata in rosso nel calendario. Può capitare che alla fine della partita qualche organismo pluricellulare di sesso femminile si presenti con teglie di pizza, bevande, croccanti patatine, dolci fatti in casa e altre allettanti pietanze. Le quantità possono essere tali da sfamare tutto il pubblico di San Siro in occasione del derby Milan - Inter, figuriamoci i ragazzi della squadra con rispettivi genitori.
La situazione si complica se queste mamme volenterose ricevono i complimenti perché in automatico scatta un’assurda competizione in puro stile MasterChef Italia. Non riesce a fermarli più nessuno ed è il proprio il caso di urlare: “Houston, abbiamo un problema” come gli astronauti dell’Apollo 13. (continua)

martedì 4 agosto 2015

Papà in astinenza estiva

Trainspotting Movie
Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Per i “papà nel pallone” i due mesi della pausa estiva dovrebbero servire per disintossicarsi da una stagione calcistica trascorsa a seguire ovunque la squadra tra campionati e tornei. Invero, le prime settimane riescono a resistere. Tutto è chiuso. I figli sono stati confermati per la stagione successiva, sono state fatte le iscrizioni ed è stato versato in largo anticipo il conquibus. Non resta che godersi le vacanze. 

Il problema è che, come succede ai drogati, prima o poi scattano gli effetti deleteri dell’astinenza, anche nei papà più resistenti. Le ragioni sono facili da intuire. Ogni settimana e per dieci lunghi mesi, da settembre a giugno, hanno trascorso giornate intere dietro gli aspiranti calciatori professionisti, tra allenamenti e partite. Ogni giorno si sono scambiati decine e decine di messaggi con lo smartphone. Poi dall'inizio di luglio, il nulla assoluto. Poveretti si ritrovano soli e spaesati investiti dalla vita normale. Qualcuno ogni tanto manda la foto del proprio pargolo da una località turistica di mare o di montagna o qualche battuta per tentare di innescare una pioggia di messaggini ma non sempre funziona e comunque il botta e risposta si esaurisce in poco tempo. (continua)

sabato 25 luglio 2015

Stati di paranoia collettiva

Un ragazzo che viene escluso dalla rosa della squadra ci resta sicuramente male ma una volta collocato in un’altra società ricomincia con voglia di riscatto e dimentica tutto in fretta. Non è la stessa cosa per i genitori che invece entrano in uno stato di grande paranoia collettiva. In particolare, nell'attesa del responso cominciano a chiamarsi e a messaggiarsi via sms decine e decine di volte al giorno, nella speranza di sapere qualcosa di nuovo, che da qualche parte dell’universo trapeli una notizia sulle conferme, gli addii e i nuovi arrivi da integrare nel gruppo. 

La sensazione di tutti, anche di quelli più razionali che solo apparentemente si contengono, è di stare sulla graticola. Non sanno che fine faranno i propri pargoli aspiranti campioni. Le domande che frullano nelle menti deviate di questi adulti fanatici del pallone sono sempre le stesse: “Mio figlio sarà confermato? E se la società lo dovesse mandare via? Riuscirò a comunicargli la mesta notizia nel modo corretto? Possibile che ancora non si sappia niente? Come accadrà il domani? C’è vita su Marte? Il pallone è il gioco più amato del sistema solare?”. 

Insomma, un logorio continuo e doloroso del tessuto celebrale che si placa quando arriva il fatidico giorno, quello della comunicazione ufficiale da parte delle società di calcio giovanile delle rose di ogni squadra per la prossima stagione. Come a scuola quando espongono i quadri riguardanti ammessi e bocciati o come nel programma televisivo “Il Grande Fratello”, dove si viene nominati con il rischio di essere cacciati via, si provano emozioni forti, anzi fortissime: tensione, paura, sudorazione eccessiva; pallore in volto; tachicardia. Qualcuno inizia anche a balbettare o a svenire ripetutamente sbattendo la faccia contro il freddo pavimento. 

Da questo stato paranoico si passa immediatamente alla felicità estrema, quando si apprende della conferma del proprio ragazzo. In caso negativo, invece, si lascia la sede della società trascinandosi a testa bassa. Scatta il “de profundis” e sul cofano della propria macchina come per magia in bella mostra si materializza anche un mazzo di garofani. Neanche a un funerale di un parente si prova così tanta tristezza. Non serve a molto la solidarietà, le sentite condoglianze espresse dagli altri genitori i cui figli sono stati invece confermati. 

Basta, sono stanco. La stagione è finita. Il mio Luca è stato confermato e tutti in famiglia abbiamo tirato un sospiro di sollievo. Sono un papà nel pallone. Vi racconterò altre storie alla prossima seduta.