Degli anni già trascorsi nel mondo del calcio giovanile ho già archiviato tanti ricordi. Quasi sempre le situazioni belle superano di gran lunga le spiacevoli. I momenti di aggregazione per seguire le trasferte della squadra sono stati di certo le migliori, soprattutto quando si è trattato di tornei di più giorni disputati in altre regioni italiane. Ragazzi e genitori insieme come una grande famiglia e con l’atmosfera rilassante che ricorda tanto le gite fuoriporta in gruppo. Noi genitori tossici del pallone ogni tanto ci ritroviamo a sfogliare le foto delle stagioni passate e nel vedere come sono cresciuti i nostri ragazzi e i volti di vecchi amici di campo ci sale il magone. Ma la palla continua a girare e bisogna andare avanti settimana dopo settimana, almeno fino a quando i pargoli avranno voglia di praticare questo sport. È tutto per questa seduta.
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lunedì 14 dicembre 2015
martedì 9 settembre 2014
Le squadre cambiano
Con l’inizio della stagione la squadra di Luca si è quasi completamente rinnovata. Ci sono tante di quelle facce nuove tra giocatori e relativi genitori che non si capisce nulla. Ci vorrà del tempo per fare conoscenza e ordine. Anche in queste occasioni viene fuori il carattere dei ragazzini, alcuni per esempio soprattutto nelle prime settimane avvertono la mancanza dei compagni di squadra che non ci sono più per diverse ragioni: principalmente perché non sono stati confermati dalla società oppure perché hanno deciso di andare a giocare altrove, magari perché prima adocchiati e poi conquistati da altre società. A volte vanno via anche per ragioni completamente diverse. È il caso di un ragazzo molto bravo, a cui Luca si era legato e che ha lasciato la Soccer Kids perché il padre è stato trasferito in Inghilterra per lavori. Tutta la famiglia inevitabilmente ha dovuto seguirlo. Altri ragazzini invece qualunque cosa succeda restano impassibili e, anche se cascasse il mondo come diceva il grande Totò, tirerebbero dritto senza tradire emozioni. Ma forse è meglio così. Se da un lato l’attaccamento a una società e lo spirito di squadra sono fondamentali per determinare una buona stagione, bisogna anche essere pronti ai cambiamenti positivi e negativi. Non sempre si resta nella stessa squadra, soprattutto nel calcio, compreso quello giovanile. (continua)
mercoledì 28 maggio 2014
L'ultima sporca meta
Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Il campionato è terminato, ma noi genitori siamo subito entrati nel tunnel infernale dei tornei, l’ultimo da attraversare prima dell’agognata pausa estiva.
È il periodo più caotico perché i nostri figli giocano davvero tante partite anche infrasettimanali.
Gli allenamenti invece si riducono sensibilmente e servono principalmente per provare nuovi ragazzini da inserire in squadra. È fisiologico.
Nella Soccer Kids qualcuno andrà via, altri arriveranno. (continua)
mercoledì 14 maggio 2014
La scintilla
I gruppi dei genitori delle due squadre erano sugli spalti a distanza troppo ravvicinata ma per fortuna ognuno stava tifando per i propri figli senza esagerare. Tutto è cambiato per colpa della mamma indemoniata che ha provocato la solita zuffa ai danni del papà del nostro Michele, il nemico a lei più vicino. Sempre con gli occhi a palla, roteando la testa e urlando frasi in lingue sconosciute si è avvicinata all’uomo che è rimasto come paralizzato. La mamma ha fatto prima girare la sua borsa in aria, probabilmente di 150 kg, per poi colpirlo con decisione sotto il mento facendolo barcollare. Lui ha reagito cercando di bloccarla ma a quel punto il marito della donna e un altro adulto gli si sono avventati contro. Non si è capito più nulla. (continua)
lunedì 5 maggio 2014
Perché questo è il calcio
I bambini della Soccer Kids hanno perso le staffe per la partita rubata e qualcuno di loro sfuggendo al controllo del tecnico si è infilato nello spogliatoio della squadra avversaria, che stava festeggiando la vittoria immeritata e avvenuta per un goal di scarto. Si sono rivolti all'allenatore chiedendogli: “Perché hai annullato un goal regolare? Non c’è stato nessun fallo. Così non è giusto! Meritavamo almeno il pareggio”. Luca invece gli ha tuonato: “Guarda che ci siamo accorti che hai messo in squadra tre giocatori più grandi di noi. Ci hai fregato la partita”. L’adulto li ha guardati con un’espressione beffarda prima di scoppiare a ridere invitandoli ad andarsene e di accettare il risultato perché “questo è il calcio”. Mio figlio mi ha raccontato questo episodio e ho cercato di spiegargli che lo sport prima di tutto è rispetto delle regole, poi ci sono persone che vogliono vincere anche con l’inganno, ma è sbagliato. Lui si è tranquillizzato, anche se non ha ancora digerito la vicenda ed io sono riuscito a nascondergli il mio stupore per come già a livello di calcio giovanile con bambini così piccoli si possano fare certe porcate. Mi sono sfogato abbastanza. Alla prossima seduta.
lunedì 14 aprile 2014
Solo squadre A, il resto è fuffa
Nelle società di calcio giovanile l’attenzione è tutta per le squadre A. Le altre possono vincere, perdere, giocare male o bene. Quello che fanno tanto non interessa a nessuno. Alcune realtà, invero, per evitare differenze riducono per ogni annata le squadre a un numero massimo di due formazioni rinunciando a maggiori incassi con le iscrizioni, ma di fatto le differenze di trattamento tra le squadre persistono e per assurdo in questi casi sono addirittura più evidenti. Se per esempio, una società di calcio ha solo due squadre per la categoria 2002, vuol dire che ha fatto una selezione ma anche che al 99% ha formato una squadra (la A) di soli elementi bravi e l’altra (la B) di giocatori altrettanto talentuosi ma con qualcuno con minori capacità. Il risultato è che la prima squadra è messa nella condizione ottimale per crescere, mentre la seconda parte svantaggiata. Non sarebbe meglio per una società avere due squadri forti dello stesso livello? Meglio poi evitare di addentrarsi in quei strani meccanismi che portano dei ragazzini non dotati nelle squadre A o addirittura in squadre professioniste. Questi forse sono misteri del calcio giovanile, inspiegabili per i profani. Non sempre, infatti, certe politiche sono comprensibili per i genitori ma sicuramente le società avranno le loro valide ragioni per compiere certe scelte. Basta, sono stanco. Sono un papà nel pallone. Vi racconterò altre avventure alla prossima seduta.
mercoledì 19 febbraio 2014
Professionista lo diventa uno su 30 mila
Ciao mi chiamo Greg e sono il papà di un bambino che gioca a calcio. Con il passare del tempo mi rendo conto che emergere per un ragazzino è davvero difficile.
I numeri come sempre sono freddi e sentenziano che mediamente un solo bambino ogni 30 mila riesce a diventare un calciatore professionista.
Non è un dramma se questa attività, sempre impegnativa per prole e genitori resta tale, cioè una disciplina sportiva che occupa uno spazio importante nel processo di crescita ma non fondamentale. Ma è anche vero che più un bambino va avanti e migliora più si insinua nella mente del genitore il pensiero che forse potrebbe farcela. (Continua)
mercoledì 22 gennaio 2014
Il papà Avatar del figlio
L’ingegnere che calcia è comunque diventato un mito. Lo conoscono tutti. Sembra l’avatar del figlio che gioca in campo. Mima in tempo reale tutti i movimenti del corpo, delle gambe e della testa. Uno spettacolo. È una cosa che non riesce a controllare, soprattutto quando le partite sono particolarmente competitive. Si agita e scalcia continuamente. Quando si rende conto che sta esagerando si ferma, si ricompone e non si muove più di un millimetro. Ma l’apparente tranquillità dura appena il tempo di vedere il pallone finire tra i piedi del figlio. Non ci sono santi. Anche le sue gambe iniziano a muoversi per magia accarezzando un pallone immaginario. Noi, però, all’ingegnere vogliamo bene e qualche volta per divertirci lo facciamo sedere negli spalti vicino ai genitori della squadra avversaria, per vedere l’effetto che fa. Sono assicurati calcioni per tutti. Adesso devo andare. Vi racconterò altre storie alla prossima seduta.
venerdì 10 gennaio 2014
Quando due papà si picchiano
Il Team Vita è in coda alla classifica ma in quella partita tutti i suoi giocatori hanno dato l’anima. Il colpo di coda della Soccer Kids, però, ha fatto aumentare la tensione e un ragazzino dell’altra squadra, con la maglia numero 6, ha iniziato a sbagliare finendo nel mirino di un papà di un suo compagno di squadra. L’uomo ha cominciato a urlare rabbiosamente: “Che cosa stai facendo? Le stai sbagliando tutte. Mister fallo uscire, altrimenti prendiamo altri tre goal”.
Il genitore del numero 6 non l’ha presa bene, tanto che i due adulti hanno iniziato rumorosamente a litigare negli spalti, prima offendendosi a vicenda con frasi molto volgari, poi tirandosi contro di tutto, partendo dalle bottigliette di acqua.
Solo quando sono arrivati ai cazzotti, altri genitori hanno deciso di intervenire per separarli con forza. Intanto, Filippo, il mister dall'accento argentino della Soccer Kids di fronte a quel triste spettacolo ha chiesto un’interruzione della partita. (continua)
Il genitore del numero 6 non l’ha presa bene, tanto che i due adulti hanno iniziato rumorosamente a litigare negli spalti, prima offendendosi a vicenda con frasi molto volgari, poi tirandosi contro di tutto, partendo dalle bottigliette di acqua.
Solo quando sono arrivati ai cazzotti, altri genitori hanno deciso di intervenire per separarli con forza. Intanto, Filippo, il mister dall'accento argentino della Soccer Kids di fronte a quel triste spettacolo ha chiesto un’interruzione della partita. (continua)
lunedì 30 settembre 2013
La prima dei Pulcini
Domenica Luca ha giocato la sua prima partita da pulcino, un’amichevole che è terminata 4 a 0 per la sua Soccer Kids. Esordio positivo. La nuova squadra sembra girare bene sotto la guida dell’allenatore argentino. I bambini sono particolarmente alti, reattivi e dinamici. Fuori dal campo non sono mancate le solite situazioni grottesche con genitori attaccati alla rete come scimmie che urlavano come disperati. Mi ha invece colpito in particolare un signore distinto che dopo essere stato seduto e immobile per quasi tutta la partita, quando si è reso conto che la squadra del figlio non avrebbe più recuperato lo svantaggio, si è alzato di scatto. Mancavano cinque minuti alla fine, che ha utilizzato fino all'ultimo secondo per coprire di improperi il suo ragazzo definendolo prima imbecille e poi una signorina che dovrebbe fare danza o dedicarsi al ricamo, anziché tirare calci al pallone. Ci risiamo. Mi aspetta sicuramente un altro fantastico anno di gioie, incazzature ed effetti speciali. Sono sempre un papà nel pallone. Vi racconterò altre storie alla prossima seduta.
martedì 21 maggio 2013
La bolgia infernale
Basta poco per trasformare un torneo di calcio in un girone dell’inferno. Creature dai volti deformi che urlano e litigano. Marmocchi in campo che bruciati dal sole corrono dietro a un pallone e a ogni goal mimano i gesti dei più famosi giocatori della Seria A. Allenatori super agitati e altri in stato di catalessi. Code infinite al bar e al chiosco dei panini. Pargoletti che piangono disperati perché inchiodati nei passeggini, altri più grandi che corrono a destra e a manca facendo disperare le giovani mamme. In mezzo a questo caos si svolgono, una dopo l’altra, dalla mattina presto al tardo pomeriggio, le partite del torneo (continua).
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venerdì 29 marzo 2013
Come finisce l’amore per il calcio
Il papà di Yuri è molto pittoresco soprattutto durante le partite. Lino, infatti, si appende alla rete e urla a squarciagola dal primo all'ultimo secondo dell’incontro. Quando qualcuno ha provato gentilmente a chiedergli di moderarsi è stato malamente sollevato in aria come un fuscello, agitato e buttato da parte. Noi ci vergogniamo un po’ e cerchiamo di starne a distanza ma non sempre è possibile e poi il suo Yuri gioca in squadra con i nostri ragazzi.
Il bambino a differenza del padre ha modi molti gentili e un viso angelico. Sicuramente avrà preso dalla madre. Io non l’ho vista. Mi dicono che sia venuta solo una volta agli allenamenti accompagnata da una scorta di 5 marmocchi molto vivaci. A Lino probabilmente non hanno spiegato che esistono i contraccettivi.
Tornando al pallone questo genitore condiziona, soffoca e confonde molto il figlio urlandogli ordini di gioco durante le partite. È veramente insopportabile. Il bambino reagisce male e invece di crescere continua a regredire provocando le ire di Lino. Potrebbe essere un buon centrale nel gioco ma è evidente che oramai per colpa del padre si è disinnamorato del calcio. Gioca solo per farlo contento. Non si diverte più. (continua)
martedì 19 marzo 2013
Gioco di squadra e sacrifici
Ciao, mi chiamo Greg e sono il padre di un bambino che gioca a calcio. Questa terapia di gruppo via web inizia a farmi sentire meglio. Avere un figlio che gioca a calcio è cosa molto impegnativa, nonché occasione per avviare delle relazioni positive ma non per tutti. Se i bimbi in campo (sviluppando lo spirito di quadra e di sacrificio) iniziano a diventare piccoli uomini, lo stesso non può dirsi per molti dei loro genitori che invece regrediscono. Alcuni riescono a fare gruppo e spesso nascono amicizie sincere e durature. Certe famiglie iniziano a frequentarsi anche fuori dal campo e continuano a farlo perfino quando, per mille ragioni diverse, uno dei bambini smette di fare calcio. Altri invece si lasciano prendere da invidie, gelosie, insomma dalle bassezze umane con il rischio di inquinare l’ambiente, di trasformarlo in uno sgradevole covo di vipere. (continua)
domenica 10 marzo 2013
Assalto all'arbitro
L'arbitro richiama solo verbalmente l'allenatore della Soccer Kids e indica il dischetto. Il numero 10 si prepara a tirare il rigore. Libera un calcio potente e la palla si infila in basso, nell'angolino sinistro. Il portiere si è tuffato dal lato giusto ma non ci è arrivato. La squadra avversaria esulta. Faccia di Topo invece invade il campo, si scaraventa contro l'arbitro e lo riempie di pugni. Quando riescono a staccarglielo è troppo tardi, il giudice di gara è una maschera di sangue. Il topo è immediatamente licenziato dalla società. Oggi me lo ritrovo responsabile del settore giovanile di un'altra società calcistica. Vi rendete conto? Faccia di Topo è il responsabile dei ragazzini. Come avrà fatto? Un tipo così dovrebbe essere rinchiuso in un centro di cura mentale permanente. Invece, gli hanno affidato la gestione dei più piccolini. Questo è uno dei tanti misteri del calcio. Continuerò a raccontarvi queste storie alla prossima seduta.
venerdì 8 marzo 2013
Per un calcio di rigore
Le imprese di Faccia di Topo sono indimenticabili. Due anni fa durante una partita domenicale della categoria Juniores ha toccato il fondo. In campo ha sempre urlato, strapazzato i suoi giocatori, insultato pesantemente avversari, arbitri, genitori. In sintesi: chiunque gli capitasse a tiro. Spesso e volentieri è stato espulso dal campo, sospeso e perfino minacciato. Ma quella volta ha superato se stesso.
Vi racconto il fattaccio. Un giocatore della squadra avversaria sta per ricevere un cross e si coordina per calciare al volo verso la porta. Non riesce a colpire la palla perché un difensore della Soccer Kids gli entra in scivolata con i piedi a martello facendolo saltare in aria. L’arbitro espelle il difensore e assegna un calcio di rigore. Faccia di Topo non ci sta e gli urla che il fallo è avvenuto poco fuori dall'area. Si agita, bestemmia, sbatte con violenza a terra la cartella con tutti i suoi appunti. Non si preoccupa delle decine di bambini dei Pulcini che stanno guardando la partita perché dopo toccherà a loro entrare in campo. (continua)
martedì 5 marzo 2013
Il terribile Faccia di Topo
Ciao, mi chiamo Greg e sono il padre di un bambino che gioca a calcio. Questa è la nona seduta di terapia. La scorsa domenica ho avuto un incontro poco piacevole. La Soccer Kids ha giocato una partita in un stadio sperduto della provincia. Una struttura imponente ma vecchia. Nell'attesa dell’ingresso in campo dei bambini per la fase di riscaldamento, sono andato al bar a prendere un caffè e mi sono ritrovato davanti il terribile “Faccia di Topo”, un ex allenatore della Soccer Kids. Un personaggio viscido, violento e pericoloso che per mia fortuna ha sempre allenato le squadre dei ragazzi più grandi. Un fisico asciutto, abbronzatura color aragosta anche in pieno inverno, qualche tatuaggio di troppo e quell'inconfondibile faccia di ratto con baffi lunghi e sottili. Insomma, un tipo che ricorda tanto gli sgherri disegnati da Walt Disney. Mi ricordo benissimo di lui e soprattutto che cosa ha fatto. (continua)
domenica 24 febbraio 2013
Il Mister Emotivo
Il mister emotivo è quello che vuole rispettare le regole ma non ci riesce. Ragiona più con la pancia che con la testa spesso commettendo degli errori, come fare delle differenze tra i bambini, in occasione degli allenamenti o delle partite. Per esempio, favorire i giocatori più bravi o che lui considera tali. È uno che durante la partita ci tiene così tanto che ogni volta rischia l’infarto. Avete capito che non è facile fare l’allenatore. Il mister è sempre sotto il mirino dei genitori che non sempre hanno ragione, è usato come capro espiatorio dalla società in caso di lamentele e problemi, è retribuito una miseria (spesso la paga non basta neanche a coprire il costo della benzina che spende per le trasferte che deve fare con l’auto privata). Eppure in tanti ci mettono l’anima e instaurano un bellissimo rapporto con i bambini, insegnano loro a crescere, a sviluppare una mentalità di gruppo, insomma a essere dei piccoli ometti. E i genitori? Non avete idea di quello che sono capaci di fare quando seguono un figlio che gioca a pallone. Competizioni, invidie, cattiverie gratuite. E molto altro ancora. Ma adesso sono stanco. Continuerò a raccontarvi le mie disavventure nel mondo del calcio giovanile alla prossima seduta.
martedì 19 febbraio 2013
Amici piccoli e noiosi
Ciao, mi chiamo Greg e sono il padre di un bambino che gioca a calcio. Nelle ultime sedute abbiamo parlato di alcuni allenatori che Luca ha avuto alla Soccer Kids. Il punto è che i primi anni sono stati i più difficili anche sotto il profilo dei mister. In teoria il settore dei piccoli amici dovrebbe essere quello più curato e in tutti i sensi, soprattutto tenendo conto dell’età dei bambini e delle loro fragilità fisiche ed evolutive. Invece, la maggioranza delle società amatoriali di calcio se ne frega e anche alla grande. La loro categoria è in assoluto la più bistrattata. La gestione dei piccoli è per molte realtà solo una noiosa incombenza. Ma servono per fare cassa e allora in qualche modo se ne occupano o fanno finta di occuparsene. Ci sono due tipologie standard di allenatore cui vengono affidati e di cui voglio parlarvi: il matematico e l’emotivo. (continua)
domenica 17 febbraio 2013
Tu sei cattivo, non voglio giocare più!
Alla prima partita il sergente istruttore riesce appena a contenersi anche perché la Soccer Kids vince con un punteggio pieno di 6 a 0. Alla seconda sono sotto di due goal e lui perde il controllo, come sempre. Deve sfogarsi con qualcuno e prende di mira Luca. “Vai avanti. Fermo. Indietro. Gira. Passa. Cambia. Avanti. Indietro. Fermo”. Neanche fosse un giocatore manovrato con il controller della PlayStation. Dopo cinque minuti mio figlio è completamente in tilt. Non riesce più a muoversi autonomamente. Si volta sempre verso l’allenatore per aspettare il suo nuovo comando. Lui gli urla contro con il volto gonfio e rosso per lo sforzo. Luca sembra spaventato e inizia a fare uno sbaglio dopo l’altro. Non è da lui. Vi ricordo che stiamo parlando di un bimbo di sette anni. Il mister dell’altra squadra si avvicina al sergente e gli dice di calmarsi. Lui non la prende bene e inizia anche a bestemmiare. Luca a un certo punto si ferma in mezzo al campo e gli dice: “Tu sei cattivo. Non voglio giocare più”. Il sergente lo afferra per la maglietta e lo strattona bruscamente. “Come ti permetti. Moccioso. Tu fai quello che ti dico io, altrimenti ti prendo a calci nel culo”. Mio figlio è molto orgoglioso e sta facendo di tutto per non scoppiare a piangere. Non ci riesce e si lascia andare e questa cosa lo umilia. Sono sconvolto, riesco a entrare in campo. Sto correndo verso il sergente Hartman con la chiara intenzione di dargli una sonora lezione. Per sua fortuna, mi bloccano in due. Una scena riprovevole, che faccio quasi fatica a raccontarvi ma questa è una terapia. Vengo accompagnato fuori dal campo e calmato dagli altri genitori. Chiedo che mio figlio venga portato nello spogliatoio, che non voglio che continui a giocare sotto la guida di quel pazzo. Tutto questo avviene sotto gli occhi di centinaia di persone. Il sergente Hartman viene prelevato quasi di peso dagli organizzatori del torneo e portato fuori dallo stadio. La squadra viene affidata a uno dei genitori accompagnatori. È l’ultima volta che il sergente allenerà una squadra e per me l’ultima volta che perderò le staffe. Luca è tornato in campo. Lui e gli altri adesso sono più sereni, giocano meglio e si stanno divertendo. Alla fine, la squadra si classifica al terzo posto. I bambini sollevano in aria la coppa e sono felici. Sono sicuro che Luca ha già dimenticato il sergente Hartman. Almeno lo spero. Sono un papà nel pallone. Continuerò a raccontarvi le mie disavventure nel mondo del calcio giovanile alla prossima seduta.
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domenica 10 febbraio 2013
Una gelida punizione
L’allenatore si arrabbia perché in tre non stanno seguendo il suo sermone sui giovani e il tempo libero. Decide di punirli e li fa sedere in un angolo del campo sull'erba gelata come gli spinaci a cubetti che trovo nel freezer del supermercato sotto casa. La cosa non mi piace ma meglio non intromettersi con le decisioni del mister. Passano 5 minuti, poi, dieci e poi un altro quarto d’ora e restano ancora in punizione. Luca oramai ha la faccia bianca cadaverica per il freddo. Un suo compagno inizia a starnutire e il terzo seduto sull'erba sta tremando come una foglia. A me iniziano a gonfiarsi le giugulari e tutti i muscoli del corpo. Mentre mi trasformo, varco un cancello fino a ritrovarmi faccia a faccia con l’allenatore. Lui ha paura. Ha davanti un papà verde, grosso e incazzato. Non mi rendo conto ma sto urlando: “Brutto imbecille! Come fai a lasciare con questo freddo i bambini per 30 minuti immobili seduti sull'erba?”. Lui tenta di giustificarsi e balbettando: “Sono passati solo cinque minuti e poi è una punizione che serve a responsabilizzarli”. Mi gonfio ancora, oramai sono la versione molto cattiva di Hulk: “Responsabilizzare che cosa? Non puoi lasciarli a congelare così. Idiota. Se poi si ammalano, sono fatti nostri, di noi genitori. A te che cosa importa. Se devi punirli, puoi farlo in un modo più intelligente ed educativo: li mandi diritto nello spogliatoio, gli chiedi di fare tre giri di campo o non li convochi per la prossima partita. Hai capito? Mi auguro per te che mio figlio non si prenda malanni. Guarda come stanno tremando”. A questo punto intervengono anche gli altri genitori presenti. Si sono trasformati e urlano anche loro. Sono dalla mia parte. Io che invece sto tornando alla ragione mi vergogno da morire per aver perso la pazienza. Dopo cinque minuti arrivano tutti. Responsabili tecnici, segretari, nonne, mamme e anche la guardia nazionale. È diventato un affare di Stato. All'allenamento successivo Luca è in campo, gli altri due che erano stati puniti come lui e lasciati al gelo invece sono a letto con la febbre alta. In segreteria ci sono i loro genitori che chiedono conto e ragione. Il Santo viene subito convocato dal presidente della Soccer Kids e cacciato via. Mi dispiace per lui, ma nella vita ci vuole un po’ di buon senso, soprattutto con i bambini. Sono un papà nel pallone. Continuerò a raccontarvi questa storia alla prossima seduta.
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