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venerdì 21 agosto 2015

Papà che parlano da soli

Insomma, un vero “papà nel pallone” in astinenza durante le ferie si fa riconoscere e compatire ovunque. La crisi si calma solo quando, magari nel max schermo del bar del villaggio turistico, iniziano a mandare in onda le partite amichevoli di preparazione delle squadre di Serie A. Un palliativo che lo placa per qualche ora, anche se ogni tanto cercando di coinvolgere il figlio gli urla: “Vieni, guarda e impara le tecniche di gioco. Da settembre sarai un esordiente. Giocherete in nove in campo più grande. La prossima stagione sarà decisiva. Dovrai fare la differenza, altrimenti sarai fuori. Hai capito?”. Solo a questo punto capisce che sta parlando da solo. Il figlio si è già spostato in piscina con gli amici. Si tuffa e ride di gusto. Giustamente si gode l’estate. Mentre il padre a occhi aperti continua a sognare di avere allevato un campione. Va bene così cari amici di terapia. Alla prossima seduta.

mercoledì 17 dicembre 2014

In Italia solo calciatori stranieri

Le squadre italiane traboccano di giocatori stranieri e questa tendenza si manifesta con virulenza già nei settori giovani, sia delle società dilettantistiche, sia delle professioniste. È il Paese del pallone ma i nostri ragazzi non interessano, non vengono premiati neanche quando con la formazione Primavera riescono a raggiungere importanti vittorie. Qualche talento italiano, ironia della sorte, viene invece valorizzato e fatto crescere soltanto all’estero, in squadre tedesche, inglesi o francesi. In Italia viene snobbato, non conta nulla, non interessa. Se gli va bene finisce a giocare nei campionati minori, se gli va male torna a casa dopo anni di sacrifici sui campi di calcio che tragicamente si rileveranno inutili. In Italia il talento italiano non trova spazio e perfino in nazionale aumentano i giocatori stranieri naturalizzati. Migliaia e migliaia di bambini italiani che giocano a calcio non avranno un futuro professionale in questo sport. (continua)

lunedì 14 aprile 2014

Solo squadre A, il resto è fuffa

Nelle società di calcio giovanile l’attenzione è tutta per le squadre A. Le altre possono vincere, perdere, giocare male o bene. Quello che fanno tanto non interessa a nessuno. Alcune realtà, invero, per evitare differenze riducono per ogni annata le squadre a un numero massimo di due formazioni rinunciando a maggiori incassi con le iscrizioni, ma di fatto le differenze di trattamento tra le squadre persistono e per assurdo in questi casi sono addirittura più evidenti. Se per esempio, una società di calcio ha solo due squadre per la categoria 2002, vuol dire che ha fatto una selezione ma anche che al 99% ha formato una squadra (la A) di soli elementi bravi e l’altra (la B) di giocatori altrettanto talentuosi ma con qualcuno con minori capacità. Il risultato è che la prima squadra è messa nella condizione ottimale per crescere, mentre la seconda parte svantaggiata. Non sarebbe meglio per una società avere due squadri forti dello stesso livello? Meglio poi evitare di addentrarsi in quei strani meccanismi che portano dei ragazzini non dotati nelle squadre A o addirittura in squadre professioniste. Questi forse sono misteri del calcio giovanile, inspiegabili per i profani. Non sempre, infatti, certe politiche sono comprensibili per i genitori ma sicuramente le società avranno le loro valide ragioni per compiere certe scelte. Basta, sono stanco. Sono un papà nel pallone. Vi racconterò altre avventure alla prossima seduta.

giovedì 31 gennaio 2013

L’uomo che guarda nel parco


Luca riesce a studiare con buon profitto e a seguire un’attività sportiva impegnativa come quella del calcio. Vi raccontavo che la maledetta sfera oramai mi segue ovunque: perfino nei parchi pubblici della città. Mio figlio trova sempre qualcuno con cui improvvisare una partita. E così, allenamenti e partite ufficiali a parte, ti ritrovi a sorbirti anche degli extra, a guardare, seduto sulla panchina come un pensionato, dei ragazzetti di tutte le età e di tutti i colori del mondo che corrono dietro a un pallone. Non manca poi l’osservatore improvvisato, l’uomo che guarda nel parco, il classico tipo che con fare quasi professionale chiede chi è il figlio di chi per esprimere dei suoi giudizi ed elargire consigli. “Quello con la felpa blu è suo figlio? È molto bravo. Gioca in qualche squadra? Se non ci gioca dovrebbe farlo. Io conosco una persona del settore che potrebbe dargli un’occhiata e segnalarlo a chi di dovere. Le interessa?”. Una storia che ho imparato a sentire tante volte e che comunque conferma che effettivamente il bambino si fa notare, ma almeno nel parco vorrei essere lasciato in pace. Non è un campione, forse lo diventerà, chissà. È solo un bambino che magari tra qualche anno vorrà fare boxe o danza classica o nuoto. Nessuno può saperlo. Alla tua mente, da tossico passivo del pallone, però, scatta in automatico un solo pensiero: “Speriamo che alla fine qualche vero osservatore lo trovi interessante sul campo”. (continua)