Luca riesce a studiare con buon profitto e a seguire un’attività sportiva impegnativa come quella del calcio. Vi raccontavo che la maledetta sfera oramai mi segue ovunque: perfino nei parchi pubblici della città. Mio figlio trova sempre qualcuno con cui improvvisare una partita. E così, allenamenti e partite ufficiali a parte, ti ritrovi a sorbirti anche degli extra, a guardare, seduto sulla panchina come un pensionato, dei ragazzetti di tutte le età e di tutti i colori del mondo che corrono dietro a un pallone. Non manca poi l’osservatore improvvisato, l’uomo che guarda nel parco, il classico tipo che con fare quasi professionale chiede chi è il figlio di chi per esprimere dei suoi giudizi ed elargire consigli. “Quello con la felpa blu è suo figlio? È molto bravo. Gioca in qualche squadra? Se non ci gioca dovrebbe farlo. Io conosco una persona del settore che potrebbe dargli un’occhiata e segnalarlo a chi di dovere. Le interessa?”. Una storia che ho imparato a sentire tante volte e che comunque conferma che effettivamente il bambino si fa notare, ma almeno nel parco vorrei essere lasciato in pace. Non è un campione, forse lo diventerà, chissà. È solo un bambino che magari tra qualche anno vorrà fare boxe o danza classica o nuoto. Nessuno può saperlo. Alla tua mente, da tossico passivo del pallone, però, scatta in automatico un solo pensiero: “Speriamo che alla fine qualche vero osservatore lo trovi interessante sul campo”. (continua)
giovedì 31 gennaio 2013
martedì 29 gennaio 2013
Prima la scuola e poi il pallone
Ciao, mi chiamo Greg e sono il padre di un bambino che gioca a calcio. Sto provando a disintossicarmi ma è un’impresa difficile. Quella cosa sferica che chiamano pallone mi segue ovunque come la luna nel cielo quando sono in macchina. Luca lo porta sempre dietro. Ogni momento, ogni posto è buono per tirare due calci, provare una finta, dribblare avversari inesistenti. Io lascio fare anche perché il bimbo onora un patto che abbiamo fatto all’inizio di questa avventura: prima la scuola e poi tutto il resto, calcio compreso. Lui lo rispetta. I risultati scolastici sono più che positivi. Generalmente chi gioca a pallone è considerato quasi un ritardato mentale e, in effetti, sentendo le dichiarazioni di certi giocatori professionisti, viene la pelle d’oca. Non tutti per fortuna sono così. Almeno, lo spero. Ci sono tanti giocatori che non rinunciano agli studi e arrivano a laurearsi: solo per fare un esempio si pensi al difensore della nazionale e della Juventus Giorgio Chiellini che nel 2010 ha conseguito a Torino la laurea in Economia e Commercio con un voto finale di 109/110. È quindi possibile coniugare studio e pallone. (continua)
domenica 27 gennaio 2013
L’unica cosa che conta
L’esperienza è fondamentale per sopravvivere nel mondo del calcio giovanile. Ho imparato molte cose strada facendo, campo dopo campo, partita dopo partita. Ho iniziato a raccogliere informazioni, a documentarmi per capirne di più. Visto che sono completamente assorbito da questa cosa meglio non farsi più cogliere impreparati. Non è vero quello che ti dicono. Non è vero che la cosa più importante è fare divertire i bambini. Ho scoperto subito che l’unica cosa che conta è vincere ma anche fare business spesso lucrando sui sogni di aspiranti calciatori professionisti e delle loro famiglie. Ho capito subito che, indipendentemente dai progressi di Luca, dovrò sempre guardarmi attorno. Tornando ai costi ho scoperto che ci sono società più serie e selettive, dove almeno sono chiari sin dall’inizio: chiedono una cifra complessiva di circa 500 euro per un anno (che per fortuna si possono pagare anche in due o più rate) e ti dicono subito se è meglio orientare il bambino verso un altro sport o comunque verso società di calcio meno competitive. Tutto questo fa parte del pacchetto. Riuscirò a superare questa dipendenza. Sono un papà nel pallone. Continuerò a raccontarvi questa storia alla prossima seduta.
giovedì 24 gennaio 2013
Il magazziniere ti chiama sempre tre volte
La Soccer Kids lascia trascorrere un mese, il tempo necessario per fare entrare i bambini e i genitori nel tunnel della dipendenza. Poi anche a me si presenta il responsabile del magazzino con dei fogli in mano per spiegarmi che non è obbligatorio, ma devo comprare a Luca un kit della società per la stagione. Il kit in genere comprende giubbotto, k-way, calzettoni, pantaloncini, magliette, borsone e altro. Costo? Altre 150 euro. E così ho già speso 300 euro. Non è finita. Periodicamente dal magazziniere arrivano altre richieste non obbligatorie ma che si devono soddisfare per uniformare la squadra: il cappello estivo e quello invernale, la sciarpa, la borraccia, la felpa... E alla fine mi volano via altri 60 euro. Senza contare la benzina che consumo ogni settimana per portare Luca agli allenamenti e soprattutto alle partite macinando centinaia di chilometri al mese. Le società dilettantistiche non hanno pullman e i genitori devono organizzarsi con i propri mezzi. Non basta. Molte società, soprattutto in occasione dei tornei, mi chiedono anche un contributo, in altre parole devo pagare un biglietto di ingresso (variabile dai 2 ai 4 euro) per vedere giocare mio figlio. Quando resto fuori quasi tutto il giorno, per una o più partite, devo anche mangiare, quindi o mi organizzo portandomi dietro dei panini o spendo nel bar della società che ha organizzato il torneo acquistando quello che trovo (vanno per la maggiore salamelle, wurstel e patatine fritte) o con altri genitori cerco nella zona una pizzeria. Avete capito bene? Stress, spese continue e tanto tempo perso dietro all’aspirante calciatore. Perché lo sto facendo? Non ho idea. Forse sono stato molto cattivo in un’altra vita e adesso in questa nuova sto pagando il prezzo? Poi vedo il bambino correre felice dietro a un pallone con i suoi compagni di squadra, orgoglioso di indossare il suo completo e di segnare tanti goal. Allora sorrido e tiro avanti con la consapevolezza che smettere sarà una cosa molta difficile per entrambi.
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martedì 22 gennaio 2013
Terza seduta - I costi di un baby calciatore
Ciao, mi chiamo Greg e sono il padre di un bambino che gioca a calcio. Sto provando con voi del gruppo di terapia a superare questa dipendenza. Si dice che “i figli so pezzi e core” ma aggiungerei che sono anche un pezzo consistente di portafoglio. Se vostro figlio si mette in testa di fare calcio dovete sapere che tutto questo ha anche un costo, spesso non indifferente. Le prime spese riguardano l’iscrizione, l’assicurazione infortuni extra, il certificato medico e tanto altro ancora. Ogni società ha una sua politica. Alla Soccer Kids, per esempio, l’iscrizione al primo anno dei “Piccoli Amici” è molto bassa rispetto alla media, circa 150 euro ma è un bluff come vi racconterò tra poco. Agli allenamenti, senza badare troppo alle forme, i bambini possono indossare qualsiasi completo di calcio. E così scendono in campo con i colori delle principali squadre italiane di Serie A, in testa Milan, Juventus e Inter. Non manca poi chi indossa la maglia di Lionel Messi del Barcellona. Non si capisce niente. Meno male che a un certo punto durante l’allenamento, la squadra viene divisa in due gruppi da cinque: uno mette le pettorine gialle, l’altro le rosse. In questo modo si ha un minimo di ordine. In occasione delle partite invece la società fornisce a ogni piccolo giocatore pantaloncini e maglietta con i colori e il logo della società, che di solito vestono abbandonante e sono consumati perché indossati da un esercito di bambini nel corso degli anni. (Continua)
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